Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno avviato un’operazione militare congiunta contro l’Iran, impiegando circa 200 caccia per colpire siti governativi e militari strategici. L’attacco ha causato la morte della Guida Suprema Ali Khamenei, del Ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh, del comandante delle IRGC Mohammad Pakpour e di oltre 40 alti funzionari del governo e della sicurezza. Durante i raid iniziali è stata colpita anche una scuola in Iran, con un bilancio di almeno 148 vittime civili.
In risposta alla decapitazione del proprio vertice politico-militare, Teheran ha attivato l’operazione “True Promise-2“, lanciando ondate di missili e droni verso Israele e contro almeno 27 basi militari statunitensi dislocate in Bahrain, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Giordania e Qatar.
Le prime conseguenze dell’attacco congiunto USA-Israele si è abbattuto sulle monarchie del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), poiché gli attacchi missilistici iraniani contro le basi statunitensi a Doha, Dubai e Manama hanno infranto l’immagine di queste nazioni come hub sicuri e isolati dalle turbolenze regionali.
Le autorità islamiche della penisola arabica si trovano di fronte a un dilemma: reagire militarmente, rischiando di apparire come alleati diretti di Israele agli occhi delle proprie popolazioni, o rimanere passive mentre subiscono attacchi militari sul proprio territorio.
Nonostante gli sforzi diplomatici dell’Oman, che poco prima dell’attacco aveva mediato un possibile accordo nucleare tra USA e Iran, la regione è scivolata in una situazione di guerra che ha già provocato ricadute sulle borse internazionali con l’aumento dei prezzi di gas e petrolio.
Sul piano internazionale, l’assassinio mirato di Khamenei è stato interpretato da Cina e Russia come una violazione della sovranità e dei principi della Carta ONU, alimentando il timore di un ritorno alla “legge della giungla” nelle relazioni internazionali. Mentre il Presidente degli Stati Uniti d’America Trump ha esortato i patrioti iraniani a rovesciare il regime, l’intelligence statunitense manifesta un profondo scetticismo sulla possibilità di un cambiamento di governo nel breve termine.
Gli analisti osservano che l’opposizione iraniana appare troppo debole per abbattere un sistema teocratico che, nonostante le perdite al vertice e le precedenti repressioni interne, mantiene salda la lealtà delle Guardie della Rivoluzione. Inoltre, l’uccisione di Khamenei ha innescato una vasta ondata di proteste anti-occidentali in paesi come Pakistan e Iraq, dove l’attacco al consolato statunitense di Karachi ha già causato una decina di morti, suggerendo che l’operazione possa aver galvanizzato il sentimento filo-iraniano nella regione anziché indebolirlo.
La chiusura dello Stretto di Hormuz rimane l’arma di pressione economica più potente dell’Iran, capace di paralizzare le forniture energetiche mondiali e di trasformare una crisi regionale in una difficoltà economica globale.
L’attacco ai danni della Repubblica Islamica potrebbe produrre una situazione di guerra di lungo periodo, tutto dipenderà da alcuni fattori:
Israele in questa fase potrebbe pensare di trarre vantaggio nel suo estero vicino, consolidando posizioni militari e territoriali in Libano ed in Siria. Il momento è propizio, l’Iran deve difendere il proprio territorio e rinsaldare il rapporto tra élite politica e popolazione, distraendo le proprie forze da Libano e Siria.
Il sentimento della popolazione iraniana sarà il presupposto per una resa o per una guerra ad oltranza, se da una parte la popolazione potrebbe sentirsi sollevata dall’indebolimento del regime repressivo degli Ayatollah, dall’altra parte potrebbe sentirsi minacciata sul piano esistenziale e nessuna popolazione che si sente imperiale affronta una guerra senza un fattor comune narrativo e quello islamico rimane quello più credibile attorno al quale può stringersi la popolazione.
Gli Stati Uniti puntano a massimizzare i risultati: indebolire l’Iran equivale a rinforzare il principale alleato dell’area, Israele, rovesciare il regime potrebbe portare ad un governo favorevole agli USA, interrompere le forniture di gas e Petrolio dallo Stretto di Hormuz causerebbe un danno all’industria cinese che potrebbe portare ad un ri-bilanciamento dei rapporti di forza tra Russia e Cina, spingendo Pechino a chiedere un maggior supporto al Cremlino. L’obiettivo non è univoco e il risultato non è la sommatoria degli addendi.
È troppo presto per comprendere l’evoluzione, sicuramente bisognerà monitorare, oltre le parti direttamente coinvolte, le reazioni di Russia, Cina, Turchia e India, potenze capaci di influenzare regionalmente i conflitti.
L’Italia per ora rimarrà a guardare, niente da guadagnare e niente da perdere, sono le reazioni che potrebbero scaturire da questi primi avvenimenti a decidere le nostre azioni. Sospesi tra il supportare logisticamente le Forze Armate statunitensi e il carpire intelligence nei territori caldi (Medioriente e Mediterraneo allargato), saremo attenti osservatori delle mosse principalmente di Turchia e Grecia con cui condividiamo le acque del mediterraneo orientale e centrale (Turchia), consapevoli del fatto che in guerra lo schema è a geometria variabile e l’utilità non è dettata univocamente dal casus belli ma quasi sempre dalle reazioni a catena che si sviluppano, le quali sono grado di aprire finestre di opportunità storica o di chiuderle dovendo attendere anni o decenni per la successiva circostanza favorevole.
Articolo a cura di Francesco Santagada